Il Premio Strega 2026 non è stato soltanto un premio letterario. È stato un esperimento sociale.
Michele Mari ha vinto l’ottantesima edizione del Premio Strega con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi. Ha vinto con 190 voti, davanti a Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Alcide Pierantozzi, Teresa Ciabatti ed Elena Rui, in una finale ospitata in piazza del Campidoglio e trasmessa su Rai 3. I voti espressi sono stati 643, pari all’80,4% degli aventi diritto. Una vittoria netta, ma non pacificata.
Perché intorno a questa vittoria non c’è stato solo il romanzo. C’è stata la polemica. C’è stata la conversazione privata diventata caso pubblico. C’è stato il nome di Michela Murgia, morta nel 2023, tirato dentro una disputa su corpo, carattere, aggressività, frustrazione e giudizio morale. C’è stata la Fondazione Bellonci costretta a chiarire che il regolamento non consentiva l’esclusione di un autore già in gara. C’è stata Teresa Ciabatti che, interpellata dall’ANSA, ha parlato di un confronto acceso ma non di una lite furibonda, precisando di non essere responsabile della diffusione dell’episodio.
E poi c’è stato Mari, il giorno dopo, intervistato dal Corriere della Sera, che ha rivendicato la differenza tra una conversazione privata e un intervento pubblico, dicendo di essersi sentito manovrato e manipolato, pur ribadendo che le sue parole non volevano ferire nessuno.
Questo è il punto interessante.
Non stabilire se Michele Mari sia colpevole o innocente. Non entrare nella solita guerra binaria: artista geniale contro tribunale morale, oppure maschio colto smascherato dalla sensibilità contemporanea.
Il punto è un altro: lo Strega 2026 ci mostra come oggi non leggiamo più soltanto i libri. Leggiamo le persone. Leggiamo i corpi. Leggiamo le intenzioni. Leggiamo le frasi rubate. Leggiamo il contesto, oppure lo cancelliamo. E spesso crediamo di giudicare un romanzo, mentre stiamo giudicando il nostro rapporto con la reputazione, con la vergogna e con l’autorità culturale.
Lo Strega nasceva come rito di ricostruzione, non come talent show editoriale
Il Premio Strega nasce nel dopoguerra, dentro il salotto di Maria e Goffredo Bellonci, attorno agli “Amici della domenica”. L’idea era creare una giuria ampia, non accademica, capace di rappresentare un pezzo vivo della società culturale italiana. Il premio fu annunciato il 17 febbraio 1947, anche grazie al sostegno di Guido Alberti, proprietario dell’azienda del liquore Strega, da cui il premio prende il nome.
La Fondazione Bellonci ricorda che tutto comincia in un clima di rinascita civile: Roma liberata, l’Italia che esce dalla guerra, la Repubblica che nasce, la Costituente, la voglia di ricostruire un tessuto culturale dopo la catastrofe. Lo Strega non nasce quindi soltanto come “premio per libri”, ma come dispositivo simbolico: una comunità che torna a discutere, votare, riconoscere, consacrare.
Questa origine è importante, perché ci dice una cosa: ogni Premio Strega è sempre anche una radiografia dell’Italia che lo assegna.
Non premia mai solo un libro. Premia un clima. Una sensibilità. Un compromesso. Una tensione. Un bisogno collettivo.
Negli ultimi anni hanno vinto libri molto diversi, ma spesso attraversati da memoria, famiglia, trauma, identità, fragilità, storia personale e storia collettiva: Andrea Bajani con L’anniversario nel 2025, Donatella Di Pietrantonio con L’età fragile nel 2024, Ada D’Adamo con Come d’aria nel 2023, Mario Desiati con Spatriati nel 2022, Emanuele Trevi con Due vite nel 2021, Sandro Veronesi con Il colibrì nel 2020, Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo nel 2019.
Vista così, la vittoria di Mari non è un’anomalia. È un altro capitolo della stessa domanda: che cosa resta di noi quando il tempo passa?
I convitati di pietra: la scuola come luogo che non finisce mai
Il romanzo di Mari ha una premessa semplice e terribile: un gruppo di ex compagni di liceo stringe un patto. Ogni anno verseranno denaro in un fondo comune. Alla fine, la somma andrà agli ultimi superstiti. Un gioco macabro, una scommessa sulla morte, un patto adolescenziale che diventa destino.
La motivazione ufficiale del premio coglie un punto centrale: la scuola, nel romanzo, è un tempo che resta immobile. I compagni di classe diventano “convitati di pietra” attorno al tavolo della vita adulta: amori, malattie, denaro, competizione, fallimenti, azzardo, vecchiaia.
Ed è qui che il libro diventa pedagogicamente interessante.
Perché la scuola, nella retorica corrente, è il luogo della formazione. Nel romanzo di Mari, invece, è anche il luogo della condanna. La classe non finisce con il diploma. Continua a vivere dentro di noi come tribunale originario. Il compagno brillante, quello brutto, quello ricco, quello goffo, quello desiderato, quello escluso: figure che cambiano nome, ma continuano ad abitare il modo in cui ci misuriamo.
La classe è il primo social network.
Prima di Facebook, prima di Instagram, prima dei gruppi WhatsApp, c’era l’aula. C’era la gerarchia implicita dei corpi. Chi piaceva. Chi faceva ridere. Chi veniva ignorato. Chi era intelligente ma non desiderabile. Chi era desiderabile ma non profondo. Chi veniva approvato senza sforzo. Chi doveva costruirsi un personaggio per sopravvivere.
In questo senso, la polemica su Mari e Murgia non è esterna al romanzo. È quasi una sua prosecuzione involontaria.
Un romanzo sulla classe, sul tempo, sulla competizione e sui fantasmi sociali viene travolto da una polemica sul corpo, sulla frustrazione, sul riconoscimento e sulla violenza simbolica.
Come se il libro avesse evocato il suo stesso demone.
Il caso Murgia: quando una frase diventa una persona intera
La questione non va banalizzata. Parlare del corpo di una donna, soprattutto di una scrittrice pubblica come Michela Murgia, non è mai neutro. Il corpo femminile è stato per secoli usato come strumento di delegittimazione: se una donna è dura, è acida; se è radicale, è isterica; se è autorevole, è arrogante; se non corrisponde al canone estetico, allora la sua intelligenza viene spiegata come risentimento.
Questo meccanismo esiste. Negarlo sarebbe ingenuo.
Ma esiste anche un altro meccanismo: la trasformazione istantanea di una frase in identità totale. Una persona dice una cosa infelice, ambigua, offensiva o male interpretata, e quella frase diventa il suo intero essere. Non si giudica più l’enunciato. Si giudica la creatura.
Qui entra in gioco uno dei bias cognitivi più comuni: l’errore fondamentale di attribuzione. Tendiamo cioè a spiegare il comportamento altrui come effetto del carattere, della natura profonda, dell’essenza morale della persona, sottovalutando contesto, situazione, tono, relazione, dinamica del momento.
Nel mondo digitale questo bias viene amplificato. Studi sulla diffusione dell’indignazione morale online mostrano che l’espressione pubblica dell’indignazione può essere rinforzata da ricompense sociali: approvazione, condivisioni, appartenenza al gruppo, conferma identitaria. Non significa che l’indignazione sia sempre falsa. Significa che l’ambiente digitale può renderla più rapida, più performativa, più difficile da correggere.
Dunque la domanda non è: “Mari ha ragione o hanno ragione i suoi accusatori?”
La domanda più utile è: siamo ancora capaci di distinguere quattro livelli diversi?
Il fatto.
L’interpretazione del fatto.
Il giudizio morale sul fatto.
La cancellazione simbolica della persona a partire dal fatto.
Se questi quattro livelli collassano, non stiamo più ragionando. Stiamo officiando un rito.
Un premio letterario non è un certificato di santità
Una delle illusioni più resistenti della cultura italiana è credere che la letteratura debba produrre figure moralmente superiori.
Ma gli scrittori non sono santi. Non sono educatori civici in abito da sera. Non sono testimonial di buone maniere. Sono persone spesso contraddittorie, egocentriche, ferite, lucidissime in pagina e opache nella vita.
Questo non assolve nessuno. Ma impedisce un equivoco.
Il valore di un libro non coincide automaticamente con la virtù del suo autore. E il difetto dell’autore non cancella automaticamente il valore del libro.
Se non accettiamo questa tensione, non possiamo leggere davvero. Possiamo solo premiare o punire.
La letteratura serve proprio perché ci mette davanti a ciò che non sappiamo sistemare: il male mescolato al bene, l’intelligenza mescolata alla vanità, la bellezza mescolata al risentimento, la parola giusta detta dalla persona sbagliata, la parola sbagliata detta dalla persona che stimiamo.
Una società adulta non è quella che non giudica mai. È quella che sa giudicare senza perdere complessità.
Lo Strega come macchina editoriale: democrazia o consacrazione?
Naturalmente lo Strega è anche potere editoriale. È promozione. È classifica. È fascetta in libreria. È capitale simbolico che diventa vendite, traduzioni, inviti, interviste, centralità.
Nel 2026 la giuria era composta da 800 aventi diritto: 460 Amici della domenica, 245 votanti all’estero selezionati dagli Istituti Italiani di Cultura, 30 voti collettivi di scuole, università e circoli di lettura, più 65 lettori forti provenienti da professioni e mondi produttivi diversi.
La dozzina dei candidati era stata scelta tra 79 opere proposte dagli Amici della domenica. Di queste, 46 erano di autori uomini e 33 di autrici donne; le opere provenivano sia da grandi e medi editori sia da 44 piccoli editori.
Questo dato dice due cose insieme.
Da un lato, lo Strega prova a rappresentare un ecosistema largo. Dall’altro, ogni premio è inevitabilmente un filtro. E ogni filtro decide che cosa esiste di più e che cosa esiste di meno.
In un Paese che pubblica moltissimo, il filtro diventa decisivo. Secondo Istat, in Italia la produzione libraria è passata da circa 6.300 opere pubblicate nel 1926 a oltre 83.000 nel 2024. Nello stesso 2024, il 57,1% delle persone dai sei anni in su ha dichiarato di aver letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti.
Questa è la contraddizione: abbiamo più libri che mai, più accesso che mai, più contenuti che mai. Ma proprio per questo abbiamo anche più bisogno di mediazioni, mappe, premi, comunità di lettura.
Il problema è capire se queste mediazioni ci aiutano a leggere meglio o se ci addestrano soltanto a seguire il rumore.
Il dato più interessante: Mari ha vinto anche tra i giovani
Prima dello Strega “maggiore”, Mari aveva vinto anche il Premio Strega Giovani 2026. Ha ottenuto 83 preferenze su 579 voti espressi da una giuria di ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni provenienti da 114 scuole secondarie in Italia e all’estero.
Questo è forse il dato più sorprendente.
Un autore coltissimo, apparentemente lontano dalle mode giovanili, vince tra gli adolescenti con un romanzo che parla di ex compagni di scuola, memoria, identità e sopravvivenza.
Forse perché i ragazzi hanno riconosciuto prima degli adulti il nucleo del libro: la scuola non è solo il luogo dove si studia. È il luogo dove si viene visti. O non visti. È il primo grande laboratorio del giudizio sociale.
E infatti la recensione vincitrice dello Strega Giovani, scritta da Brando Mazzella, leggeva il romanzo come una riflessione sulla crisi dell’identità collettiva e sulla memoria come spazio di contesa.
Questo dovrebbe farci riflettere.
Noi adulti abbiamo discusso della polemica. I ragazzi hanno letto il libro.
Che cosa insegna davvero questa vicenda
La vicenda Mari-Strega-Murgia ci insegna almeno cinque cose.
La prima: la cultura non vive fuori dal conflitto. Ogni libro importante, appena entra nello spazio pubblico, viene risucchiato da forze che non controlla: ideologia, mercato, biografia dell’autore, aspettative dei lettori, moralità del tempo.
La seconda: il corpo resta un campo di battaglia. Nonostante tutta la retorica sull’inclusione, continuiamo a usare il corpo come prova morale. Il corpo bello autorizza. Il corpo non conforme deve spiegarsi. Il corpo femminile, più di tutti, viene letto come sintomo: del carattere, del desiderio, del rancore, del potere.
La terza: il privato non è più davvero privato. Una conversazione può diventare documento, accusa, prova, frammento virale. Questo non significa che nel privato tutto sia lecito. Significa che la distanza tra parola detta e parola pubblicata si è assottigliata fino quasi a sparire.
La quarta: il premio non assolve e la polemica non interpreta. Vincere lo Strega non rende giusto tutto ciò che un autore dice. Ma una polemica non basta a leggere un romanzo. Sono due piani diversi, che si toccano ma non si sostituiscono.
La quinta: leggere è un esercizio anti-tribale. Il lettore vero non cerca soltanto conferme. Cerca attrito. Legge anche ciò che lo disturba. Non per diventare neutrale, ma per diventare più preciso.
Oltre il tifo: imparare a leggere le zone grigie
La tentazione più facile sarebbe concludere con una posizione netta.
Mari vittima del politicamente corretto.
Mari maschio colto incapace di vedere la violenza delle proprie parole.
Murgia ancora una volta trasformata in campo di battaglia.
Lo Strega premio corrotto dal mercato.
Lo Strega baluardo della letteratura.
Tutte queste letture contengono un pezzo di verità. Nessuna basta.
La visione più interessante sta nel mezzo, ma non in un mezzo mediocre o diplomatico. Sta in un mezzo tragico: quello in cui più cose vere si contraddicono senza annullarsi.
È vero che le parole sul corpo possono ferire e riprodurre gerarchie antiche.
È vero che una frase privata, estratta e rilanciata, può deformare una persona.
È vero che uno scrittore deve rispondere delle proprie parole.
È vero che un romanzo non può essere ridotto al comportamento del suo autore.
È vero che i premi letterari sono macchine di potere.
È vero che, ogni tanto, dentro quelle macchine passa ancora qualcosa che vale la pena leggere.
Forse il compito di Didentro è proprio questo: non scegliere il riflesso automatico, ma rallentare.
Perché il bias più grande non è stare da una parte o dall’altra.
È credere che la prima reazione sia già un pensiero.
Fonti principali
Fondazione Bellonci / Premio Strega: storia del premio, regolamento, ottantesima edizione, dati della finale 2026, scheda di I convitati di pietra, albo dei vincitori e composizione della giuria.
Corriere della Sera e ANSA: ricostruzione della polemica, dichiarazioni di Mari, posizione della Fondazione Bellonci e precisazioni di Teresa Ciabatti.
Sky TG24: dati sul Premio Strega Giovani 2026, voti, scuole coinvolte e ricezione del romanzo tra i lettori adolescenti.
Istat: dati sulla lettura in Italia e sulla crescita storica della produzione libraria.
Letteratura scientifica sui bias cognitivi e sull’indignazione morale online: errore fondamentale di attribuzione e dinamiche di rinforzo sociale dell’indignazione negli ambienti digitali.